La luce si abbassa, qualcuno prende posto al bancone e il bartender comincia a preparare il primo drink della serata.
È una scena familiare in città molto diverse tra loro. Cambiano gli interni e il modo di servire, ma soprattutto cambiano i cocktail. Alcuni appartengono alla storia di un luogo, altri ci sono arrivati nel tempo, trovando una nuova identità. Altri semplicemente legano il nostro pensiero a un immaginario preciso, che arriva da un film, da un libro o da una canzone ascoltata in un passato che quasi non ricordiamo più.
Dalle atmosfere che hanno ispirato le collezioni 2026, abbiamo scelto cinque destinazioni da esplorare attraverso un cocktail. Un percorso che parte dalla Parigi degli anni Venti e arriva ai caffè storici torinesi, seguendo storie e abitudini legate alla cultura del bere.
A colpo d'occhio
Parigi, anni Venti. Un Sidecar al bancone
Un capitano americano, una motocicletta con sidecar e un bar frequentato abitualmente. È questa una delle storie che circolano sull’origine del Sidecar, anche se nessuno è mai riuscito a stabilire con certezza dove sia stato inventato. Parigi e Londra continuano a contendersene la paternità.
Di sicuro sappiamo che il cocktail compare nei ricettari degli anni Venti, quando la capitale francese viveva una stagione particolarmente vivace e i bar degli hotel internazionali erano tra i protagonisti della vita mondana.
Nel bicchiere: cognac, triple sec e succo di limone fresco. Shakerare con ghiaccio e filtrare in una coppetta precedentemente raffreddata.
Singapore, appuntamento al Long Bar
Al Raffles Hotel i gusci delle arachidi si possono gettare sul pavimento, come in una qualsiasi birreria.
È una consuetudine del Long Bar, dove i ventilatori a soffitto e gli arredi in legno richiamano l’estetica dei grandi alberghi coloniali. Qui, secondo la tradizione, nel 1915 il bartender Ngiam Tong Boon creò il Singapore Sling.
La storia racconta che il drink fosse pensato per consentire alle donne di consumare alcolici in pubblico senza attirare attenzioni. Il suo colore rosa lo faceva assomigliare a un succo di frutta, ma la ricetta era tutt’altro che innocente.
Nel bicchiere: gin, liquore alla ciliegia, Bénédictine, triple sec, succo d’ananas, lime, granatina e Angostura. Shakerare con ghiaccio e filtrare in un bicchiere alto con ghiaccio fresco.
A Londra, un Cocktail Martini su misura
Il Cocktail Martini è probabilmente uno dei pochi che si ordinano specificando prima come lo si vuole. Più o meno dry, con oliva oppure limone, in o out. C’è chi ha preferenze così precise da non cambiarle mai.
Le sue origini sono discusse, ma il Martini ha trovato un posto speciale nell’immaginario britannico, anche grazie al cinema. Il celebre «shaken, not stirred» di James Bond ha reso popolare una preparazione che continua a dividere i puristi.
Nei cocktail bar londinesi, dal Dukes ai grandi hotel della città, il servizio è parte della tradizione. Eppure bastano gin e una piccola quantità di vermouth dry per dare vita a un cocktail che ciascuno può interpretare secondo il proprio gusto.
Nel bicchiere: gin e vermouth dry. Per un Dry Martini classico, mescolare con ghiaccio in un mixing glass e filtrare in una coppetta fredda, completando con un’oliva o una scorza di limone.
Brooklyn, all'ombra del Manhattan
A New York anche i cocktail hanno una geografia. Il Manhattan è diventato uno dei drink più celebri al mondo, ma all’inizio del Novecento anche Brooklyn aveva già conquistato un posto nei manuali di miscelazione.
A guardarlo, il Brooklyn Cocktail ha poco dell’immagine esuberante che spesso associamo alla New York contemporanea: una coppetta sottile, il colore ambrato del whiskey e nessuna decorazione scenografica.
Da quando il cocktail ha fatto la sua comparsa nei ricettari, Brooklyn ha cambiato volto più volte. Le sue brownstone convivono oggi con architetture industriali recuperate e nuovi spazi culturali. Il drink che ne porta il nome, invece, è rimasto una presenza più discreta nelle cocktail list, lontano dalla popolarità del Manhattan.
Nel bicchiere: rye whiskey, vermouth dry, maraschino e Amer Picon. Mescolare con ghiaccio e filtrare in una coppetta fredda.
Prima del Negroni a Torino c'era il Mi-To
Sotto i portici torinesi, l’ora dell’aperitivo ha un fascino tutto suo. Ci sono i caffè storici con le loro boiserie e gli specchi antichi, i tavolini affacciati sulle piazze e un’abitudine al vermouth che risale al Settecento.
È in questa tradizione che trova posto il Mi-To, il cocktail che unisce idealmente Milano e Torino attraverso il bitter rosso e il vermouth. Un incontro che avrebbe poi ispirato altri protagonisti della miscelazione italiana, dall’Americano al Negroni.
Il suo colore rosso intenso sembra fatto apposta per i bicchieri appoggiati sui tavolini di marmo, mentre fuori la luce del pomeriggio lascia spazio a quella dei lampioni sotto i portici.
Nel bicchiere: bitter rosso e vermouth rosso in parti uguali. Versare direttamente in un tumbler con ghiaccio, mescolare delicatamente e completare con una scorza d’arancia.



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